Al termine del primo mese dell’anno i mercati di tutto il mondo seguono ancora il rally di fine 2025, ma le piazze più interessanti sono senza dubbio quelle asiatiche.
Shanghai a +3,76% e Tokyo +5,93% con il Giappone alle prese con un brusco rafforzamento dello Yen, tassi finalmente positivi (presunta frenata del meccanismo di carry trade) ed imminenti elezioni politiche l’8 febbraio prossimo.

Gennaio è anche mese di trimestrali e le luci erano tutte puntate sulle 7 società del Tech: la conferma di utili e crescita ha trovato il consenso degli operatori anche se qualche perplessità è apparsa sulle spese in conto capitale di Microsoft; elogi invece per Apple grazie agli ottimi flussi legati alla vendita del nuovo iPhone.

Il listino a Wall Street rimane positivo con S&P500 e Nasdaq vicini al punto percentuale e anche il vecchio continente cavalca le performance settoriali e porta a casa una performance media del +1,8% circa.

A surriscaldare gli animi negli ultimi giorni del mese sono stati senza dubbio i metalli preziosi: l’oro ha ritracciato del 12% mentre l’argento ha fatto anche peggio scendendo fino al 30% in un giorno. I motivi? Sicuramente la presa di profitto dopo tanti mesi di rialzi è da registrare così come una forte attività speculativa sulle opzioni agganciate ad entrambi i metalli. In una strategia di portafoglio ben bilanciato questo bene rifugio è comunque una parte satellite e questi movimenti, seppur da monitorare, hanno un impatto marginale.

Merita un commento ad hoc la performance del Brent: scambiato a 63$/barile a fine dicembre, nel mese di gennaio mostra un’inversione di tendenza arrivando a toccare i 70$/barile a fine mese. Il movimento di risalita a detta di molti è mosso solo da questioni geopolitiche, attacco US al Venezuela, ma non va a turbare una crescita dell’offerta e un conseguente contenimento/discesa dei prezzi prevista anche per tutto il 2026.

Gennaio è stato anche un mese di importante test per la FED, banca centrale americana: nella riunione di fine mese ha mantenuto invariati i tassi di interesse perseguendo con un atteggiamento cauto nei confronti dell’inflazione, che è in crescita ma secondo l’istituzione monetaria ancora nell’intervallo di controllo (2,7% contro le attese al 3,1%). Nulla è stato commentato in merito al dato di occupazione/disoccupazione: la ripresa occupazionale di dicembre fa stare tranquillo il governatore che commenta il dato positivamente dichiarando di aver raggiunto una condizione di stabilità anche sul mercato del lavoro.

La vera domanda di questo inizio anno è pertanto: quanto durerà questa tregua sui tassi? Potenzialmente fino a giugno quando si stima che sia raggiunto il picco dei prezzi a causa delle tariffe, dopodiché vedremo; le aspettative qui sono fragili anche nell’ottica di come impatterà la narrativa del nuovo presidente FED che si andrà ad insediare a maggio: il 30 gennaio l’amministrazione Trump ha indicato Kevin Warsh come prossima guida dell’istituzione monetaria, scartando a sorpresa l’altro candidato Rick Rieder fino a quel momento ritenuto favorito.

La notizia è stata digerita positivamente dai mercati che leggono nella figura di Warsh competenza e visione stabile, ciò ha generato solo un piccolo irripidimento della curva dei tassi a lunga e un rafforzamento del dollaro.studio baggi commento mercati gennaio