Dopo 50 anni, torna lo spettro della stagflazione (alta inflazione + stagnazione dell’economia + alta disoccupazione).
Ma possiamo paragonare l’attuale situazione con quella vissuta negli anni Settanta?
La Banca Mondiale riconosce tre similitudini con gli anni Settanta:
  1. i prezzi elevati nelle materie prime che fanno seguito a un prolungato periodo di politica monetaria accomodante nelle principali economie avanzate
  2. le deboli prospettive di crescita
  3. la fragilità nelle economie emergenti e in via di sviluppo che devono sopportare l’inasprimento delle politiche monetarie nelle economie avanzate e l’indebolimento delle loro valute.
 
Ma le differenze con gli anni Settanta superano le analogie, vediamole:
Possiamo quindi ritenere che i timori di stagfl
  • Non c’è più l’effetto sorpresa, negli anni Settanta la comparsa di alta inflazione e alta disoccupazione fu un fenomeno che colse impreparati i governi e gli economisti.
  • In quegli anni l’OPEC deteneva il controllo di circa il 60% dell’offerta mondiale di petrolio, la Russia oggi ne controlla il 10%, l’attuale aumento del prezzo del greggio non è paragonabile con gli aumenti di quattro volte in poche settimane a seguito dell’embargo del 1973.
  • L’aumento senza precedenti dei salari reali che si verificò nel decennio della Grande Inflazione è una condizione oggi impensabile: non ci sono più gli automatismi che legavano l’aumento salariale all’inflazione, i sindacati sono più deboli, la manifattura molto meno rilevante. Nelle economie avanzate le strutture demografiche e il ruolo dell’innovazione tecnologica aiutano a contenere l’inflazione.
Possiamo quindi ritenere che i timori di stagflazione sono eccessivi o perlomeno, sulla base delle attuali condizioni economiche, in particolare negli Stati Uniti, prematuri.

 

Cosa sta succedendo sui mercati?
Dall’inizio dell’anno il MSCI World è sceso del -23% (nei primi due mesi di pandemia era sceso del -34%) ma la vera sorpresa negativa è il calo degli indici obbligazionari -13,50% (duration 8years) -24,60% (duration 16years).
Questo è l’effetto della lotta all’inflazione!
A dicembre 2021 la montagna di carta (obbligazioni/titoli di stato) a rendimento negativo ammontava a più di 14.000 miliardi di dollari, con l’aumento dei tassi da parte delle banche centrali, in sei mesi, si è ridotto a 2.700 miliardi, ma era inevitabile che prima o poi sarebbe successo.
Rendimenti negativi significa che: presto 1.000 euro e alla scadenza ricevo di ritorno 990 euro e nessun interesse. Ovviamente tutto ciò non è normale e non poteva durare, tutti lo sapevamo, è stata una mossa per permettere all’economia mondiale di riprendersi dopo la grande crisi del 2007-2008 ma questo, insieme alla supply chain[1], invasione dell’Ucraina, … ha provocato anche l’aumento dell’inflazione.

 

Ma se era previsto perché i mercati reagiscono così male?
Perché temono errori nel comportamento delle banche centrali: aumento dei tassi di interesse troppo forti e troppo veloci, e conseguente frenata dell’economia.
La scorsa settimana la BCE ha dovuto convocare una riunione d’urgenza per comunicare la propria determinazione a contrastare i rischi di frammentazione finanziaria con i paesi fiscalmente più deboli.
 

 

Cos’è il rischio di “frammentazione finanziaria”?
È in sostanza il fenomeno che provoca lo spread tra i titoli di stato dei singoli paesi europei: più il paese è indebitato maggiore è lo spread e naturalmente il costo del debito aumenta, la BCE ha dichiarato che interverrà per evitare spread troppo ampi dovuti alla speculazione.
Quali sono le previsioni?
Lo scenario inflazionistico è destinato a non esaurirsi a breve: è condivisa l’idea che l’anno prossimo l’inflazione diminuirà ma serviranno almeno un paio di anni prima che l’inflazione torni verso Il livello desiderato del due percento. La volatilità sui mercati è destinata a continuare, i banchieri centrali sono in ritardo e nei prossimi mesi l’attenzione degli operatori resterà concentrata sui loro comportamenti.
 
Le previsioni dell’Eurosistema danno l’inflazione in discesa attorno al 3,5% nel 2023 ed intorno al 2% nel 2024. Si tratta di previsioni ed è meglio evitare di fare scommesse sugli esiti possibili o atti di fede nelle promesse dei banchieri centrali sul “soft landing”, nel frattempo le strategie di portafoglio possono basarsi su tre principi:
  1. Cautela nel buttarsi sulle azioni (meglio utilizzare PAC accelerati) ed attenzione anche alla duration della parte obbligazionaria
  2. Diversificare il PTF tenendo conto dell’aumento dei tassi
  3. Lasciare fare al gestore attivo: gli strascichi del Covid, i tassi in aumento e il rallentamento della crescita esigono alta selettività nella valutazione e peso delle fonti di rischio, una costante manutenzione della coerenza tra strumenti e obiettivi di investimento nel lungo termine.
Conclusioni
Il mercato è cambiato: rispetto a qualche mese fa quando dicevamo che c’erano poche alternative (acronimo TINA) ora possiamo procedere con aggiustamenti dei PTF per adattarli alla nuova situazione non dimenticando che, se abbiamo impostato le scelte precedenti in base ad una corretta pianificazione, non saranno necessari stravolgimenti ma solo piccoli aggiustamenti.
Less is more” meno scelte si fanno tanto più si attenuano le possibilità di commettere errori[i]

[1] Per supply chain o catena di approvvigionamento si intende il processo che permette di portare sul mercato un prodotto o servizio, un semilavorato, materie prime, …

[i] “Quando meno diventa più” – La storia culturale e le buone pratiche della sottrazione
       Paolo Legrenzi – Raffaello Cortina Editore